Ululare alla Luna

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Qualcosa sul Lupo

"Trovo difficile definirmi. Sono arrivato alla mia età senza aver mai voluto appartenere a nulla, non a una chiesa, non a una religione: non ho avuto la tessera di nessun partito, non mi sono mai iscritto a nessuna associazione, nè a quella dei cacciatori nè a quella per la protezione degli animali. Non perchè non stia naturalmente dalla parte degli uccellini e contro quegli omacci col fucile che sparano nascosti in un capanno, ma perchè qualunque organizzazoine mi sta stretta. Ho bisogno di sentirmi libero. E questa libertà è faticosa perchè ogni volta, davanti ad una situazione, quando bisogna decidere cosa pensare, cosa fare, si può solo ricorrere alla propria testa, al proprio cuore e non alla facile linea, pronta all'uso, di un partito o alle parole di un testo sacro. Per istinto mi sono sempre tenuto lontano dal potere e non ho mai corteggiato chi lo aveva... ...Con queste lettere non cerco di convincere nessuno. Voglio solo far sentire una voce, dire un'altra parte di verità, aprire un dibattito... ...Allora io dico: fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza. Facciamo ognuno qualcosa e salviamoci. Nessun altro può farlo per noi. Da "Lettere contro la guerra" Tiziano Terzani

Amo

Lei, la mia lupacchiotta, il cibo piccante, osservare le persone, leggere in bagno, ascoltare buona musica, leggere (in generale), ridere di me, pensare, ridere in generale, mangiare bene e con calma, scoprire cose nuove, fare sport

Odio

Le idee preconfezionate, l'anice, il perbenismo, l'abuso di "k", gli estremi e gli estremismi, gli ombrelli, la mancanza di dialogo, chi urla per non far notare che non ha nulla da dire, odiare

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Depressione post votum

[lunedì, 14 aprile 2008, ore 12:30] [lupi on the road, banana republic, impressioni lupesche]

Ieri sono andato, insieme a Lei, a votare.

Non l’ho fatto con piacere, nè con il conforto di grandi (e nemmeno piccole) speranze. L’ho fatto perchè non posso battermene il belino e basta. Devo provarci, per quanto flebile possa essere la possibilità di un risultato non tragico.

Lei, che negli ultimi tempi è politicamente molto più agguerrita di me, forse perchè meno disillusa, spera ancora, ancora s’incazza a leggere o sentire certe frasi, ancora si sforza di portare altri a considerare le sue ragioni.

Io non mi impegno in discussioni sulla politica da mesi, e nonostante mi sia tenuto informato, ho vissuto questo periodo pre-elettorale con distacco, cinismo ed in tutta sincerità un pizzico di fatalismo pessimista.

Non so se ci riveleremo essere un popolo abbastanza intelligente da evitare di mettere il Paese in mano a chi ha già dimostrato di essere un venditore di fumo teso esclusivamente al proprio tornaconto, nè so, in caso “il nuovo che avanza” finisca al governo e non nel tritarifiuti, se e quanto potrà migliorare la situazione di una società marcia e pericolante fino dalle sue fondamenta più profonde.

Soprattutto spero che non si verifichi la tanto ventilata e paventata situazione di “larghe intese” che molti pronosticano. Se c’è una cosa che ritengo più pericolosa di un nuovo governo Berlusconi, è la possibilità che la Balena Bianca torni ad imperversare, sotto mutate spoglie, per affondare ulteriormente il Transatlantico.

Insomma, sono preoccupato e pessimista e so che in un modo o nell’altro, tra proiezioni, exit-poll, risultati, dichiarazioni ed azioni del dopo voto, m’incazzero’ parecchio perchè in fondo l’Italia è il mio Paese, ed io ci tengo.

 

In tutta sincerità pero’ devo anche ammettere che non so se ho ancora la voglia e la forza per continuare a vivere nel mio Paese. Non vorrei scappare, ma ogni rapporto che si rispetti (non soltanto con altre persone, anche con il proprio Paese) andrebbe troncato nell’esatto momento in cui si realizza che trascinarlo ulteriormente sarebbe inutile e dannoso.

 

Nei prossimi giorni potrei trovarmi servito, su un piatto d’argento, il migliore stimolo possibile per fare il “salto della quaglia”, ed abbandonare la nave.

Non mi piace l’idea di scappare, di lasciare il Paese in cui sono nato, in cui sono diventato chi sono, ma ora ho responsabilità che vanno al di là della mia vita di individuo, ora ho una famiglia a cui pensare prima e al di sopra di tutto, e se sarà necessario, per poter dare a mia figlia il maggior numero di possibilità di vivere bene, faro’ quello che sarà necessario.

 

Nel dubbio, ho cominciato a tradurre i miei CV e ad inviarli un po’ dovunque.


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Mangiar bene per sentirsi in forma (sferica)

[lunedì, 07 aprile 2008, ore 12:41] [lupi on the road, topten]

Durante il fine settimana appena concluso, lo ammetto, ho ecceduto un tantino con il cibo. Sabato sera, in pizzeria con alcuni amici, mi sono lasciato andare a due pizze più un dolce, e fin qui tutto nella norma, se non fosse che domenica a pranzo era già in programma una gita a Dolceacqua durante la quale mi sono intrattenuto, in un ottimo ristorante, con una bruschetta, un piatto di branda cujun (che ciù ti u brandi e ciù è bun), due piatti di gnocchi al pesto ed una panna cotta per concludere.

 

Tutto questo (saporitissimo) preambolo per introdurre l’argomento ristoranti. Quando per lavoro ero sempre ovunque tranne che nelle mie zone, ero per forza di cose costretto a mangiare praticamente ogni sera in un ristorante diverso. Per fortuna per quanto riguarda la scelta di dove mangiare ho scoperto di avere un istinto invidiabile, che mi porta infallibilmente a trovare ristoranti, trattorie, locande (in Irlanda persino pubs) che servono cibo di qualità (e spesso in quantità).

Verso la fine della mia esperienza professionale presso la ditta per cui viaggiavo cosi’ tanto, ero diventato il punto di riferimento, in fatto di cibo, della maggior parte dei miei colleghi. Spesso infatti verso le sei, sette di sera, mi arrivavano telefonate il cui tono era all’incirca il seguente:”Lupo, sono a Poggibonsi, tu ci sei già stato? Si’? dove hai mangiato? Mi spieghi come ci si arriva dall’agenzia?” e via cosi’.

 

Bene, ora non viaggio più per lavoro, e di conseguenza mangio molto più di rado in luoghi che non conosco, ma il fiuto per la buona tavola, per fortuna mi è rimasto. So che l’istinto (che poi è la base delle mie decisioni nel campo) non si puo’ trasmettere o insegnare, ma allo scopo di condividere la mia esperienza con tutti (e due) voi, ho deciso di pubblicare la lista dei

 

Dieci segnali che indicano un ristorante in cui non mangiare

 

01- In cucina ci sono sontanto un enorme congelatore e dieci forni a microonde.

02- Non si vedono gatti nel raggio di un chilometro.

03 – Di fronte al locale è stanziata un’ambilanza. Con il motore acceso.

04- Il “maitre” è un omone in canottiera, pelosissimo e con lo stuzzicadenti in bocca che accoglie le signore a pacche sul culo e si gratta le orecchie con lo stesso dito che intinge nella minestra portando i piatti a tavola.

05- Sul menu c’è scritto “eventuale lavanda gastrica offerta dalla casa” .

06- Il piatto del giorno è “grigliata di mare”. Il ristorante è a Bolzano.

07- Si chiama “Il Vibrione”, specialità cozze.

08- I camerieri si portano il pranzo da casa.

09- All’ingresso fanno firmare una liberatoria.

10- Anzichè dei digestivi, hanno il carrello degli antidoti.


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Post di resistenza umana

[giovedì, 24 gennaio 2008, ore 17:32] [vita, lupi on the road]

Negli ultimi tre giorni, per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare mi sono trovato a tenere una media di venti ore di veglia al giorno, il che significa andare a dormire alle tre di mattina ed alle sette alzarsi per andare a lavorare. (prima che i più apprensivi si preoccupino, stiamo tutti bene, non ho dovuto vegliare nessuno)

Fino a qualche anno fa quattro ore di sonno, per periodi di tempo limitati, mi astavano e potevo svolgere qualunque attività con lucidità e senza accusare in particolar modo stanchezza o "appannamento" mentale, ma temevo, essendo fuori allenamento (da qualche anno ormai faccio il bravo ragazzo), che mi sarei ritrovato ad arrivare in ufficio con la faccia da zombie e la capacità di ragionamento di un sampietrino.

Ebbene, è con grande orgoglio che ho constatato che, nonostante gli anni passino ed il periodo "no limits" sia ormai un ricordo, ho superato questi tre giorni con una scioltezza inaspettata, stupendo sia me che coloro che incontro quotidianamente e sono al corrente di questi piccolo tour de force. Soltanto oggi, infatti, ho avuto i primi problemi di stanchezza, peraltro fisica più che mentale.

...il problema è che stasera, per concludere in bellezza il test di resistenza, senza aver avuto la possibilità di inanellare una decina di ore di sonno ristoratrici (o meglio restauratrici), ho la partita di calcetto.

Accetto scommesse su come (se) arrivero' alla fine del match.


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Thanksgiving

[giovedì, 22 novembre 2007, ore 11:44] [lupi on the road, un lavoro da lupi, ottimismo e fastidio]

Il Lupo approfitta della ricorrenza e ringrazia:

 

- I lavoratori delle ferrovie francesi per essere entrati in sciopero il 13 Novembre e soprattutto per avere ventilato l’ipotesi di protrarre il blocco fino alla metà di Dicembre.

- La SNCF per aver deciso che i soli treni del mattino garantiti per Monte Carlo, da Ventimiglia, fossero il 6.44 ed il 9.23, neanche sapessero che io dovrei entrare al lavoro alle 8.30.

- L’inverno per essere arrivato portando in dono freddo e forti piogge soltanto in concomitanza con lo sciopero e con la mia decisione di cavarmela andando a lavorare in Vespa.

- La pioggia per avermi illuso, stamattina, di essere abbastanza leggera da permettermi di arrivare al Principato Palafitta senza uccidermi e senza rimediare una broncopolmonite.

- Il treno che, una volta che sono arrivato all’altezza della stazione fradico e convinto ad abbandonare l’impresa su due ruote, si è presentato con 40 (quaranta) minuti di ritardo in arrivo ed è ripartito solo alle 10.00.

- Quel deficiente del mio collega che vedendomi entrare in ritardo mostruoso (10.30 circa) ha avuto il coraggio di chiedermi se mi ero perso.

- Il file su cui sto lavorando per essere cosi’ pieno di vaccate da rendere un procedimento espletabile in tre ore una maratona che dura da due giorni (e non ha l’aria di voler  finire molto presto).


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Notturno ferroviario

[martedì, 30 ottobre 2007, ore 12:50] [lupi on the road, ottimismo e fastidio]

Ieri sera il treno che riportava me ed una cinquantina di altri pendolari internazionali a casa, dopo aver lasciato Menton ed aver passato la frontiera con l’Italia, ha deciso di fermarsi di colpo.

Radunati dai controllori nella carrozza di testa, io e gli altri fortunelli abbiamo scoperto che a causa di un guasto alla linea elettrica il treno non era più amimentto, quindi eravamo bloccati sul binario, con il mare a strapiombo da un lato ed un’erto muro di pietra dall’altra.

Deciso a non incazzarmi mi sono seduto in un angolo a continuare a leggere e ad ascoltare il mio prezioso (mai come in questi momenti) lettore Mp3, ma cercando comunque di tenermi aggiornato sugli sviluppi della situazione.

Dopo una ventina di minuti, serviti per farmi convinto che i soccorsi sarebbero arrivati con tempi biblici a causa della poca collaborazione tra SNCF (proprietaria del treno) e FS (eravamo su linea italiana), uno dei controllori annuncia che è stato in esplorazione e che cinquecento metri più avanti, lungo i binari, c’è una scaletta scavata nel ripido pendio che porta alla strada soprastante, l’Aurelia.

Ora che ero certo di non dover camminare al buio sui binari per chilometri, nulla mi ha trattenuto dal fare un breve giro esplorativo e, superato un cancelletto chiuso con la mia proverbiale agilità (ovvero quasi strappando i pantaloni), rendermi conto che eravamo alle porte di Latte.

Raggiunta l’Aurelia ho avuto la fortuna di trovare il buon Giuseppe (un amico che vive proprio a Latte) a casa e libero da impegni, cosi’ da potermi dare un passaggio senza troppo disturbo.

In sè l’avventura non ha nulla di eccezionale, ma camminare sulle rotaie alla sola luce della luna, con il mare che stormisce qualche decina di metri più sotto e le pietre della massicciata a scricchiolare sotto le suole mi ha donato una sensazione piacevole, che ha contribuito a non farmi perdere la pazienza all’ennesimo inconveniente causato dalla (scarsa) collaborazione tra due tra le aziende ferroviarie più scalcinate d’Europa.

 

...certo, a forza di grattare per vedere solo il lato positivo nelle cose, sto consumando il fondo del barile...


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Accanimento terapeutico

[giovedì, 04 ottobre 2007, ore 16:15] [lupi on the road, awooo]

Qualche tempo fa con la Leimobile abbiamo tamponato un'auto mentre ci fermavamo ad un semaforo (velocità di crociera circa trenta all'ora). Per l'auto del tamponato nulla di grave, ma la Leimobile ha riportato danni alla calandra ed al cofano (il muso, in frenata s'è abbassato infilandosi sotto al paraurti dell'altra auto).

Cerca e ricerca, ho scoperto che il fidanzato di una collega (peraltro gentilissima) ha una carrozzeria a Beausoleil: presi gli accordi di rito gli ho portato l'auto e siamo rimasti d'accordo che ci saremmo sentiti per definire l'entità della spesa. Quello che segue è il resoconto del dialogo telefonico  tra il Lupo ed il carrozziere (giuro che è vero, non l'ha scritto Beckett e nemmeno Ionesco!):

L: Allora, quano mi costa la riparazione?

C: Eh, sono 1700 (MILLESETTECENTO!) Euro...

L: ...

C: Ci sei?

L: Porca vacca! Per raddrizzare il cofano e cambiare la calandra?

C: No, per cambiare la calandra, il cofano, riverniciare il pezzo nuovo e cambiare il paraurti! Poi ci sono il costo del fregio (il leone Peugeaut di plastica) e della vernice, più il bandone sotto al paraurti e la griglia della calandra.

L: Ma il paraurti non è da cambiare, e ti ho chiesto di raddrizzare il cofano in modo che si chiuda e basta, non di cambiarlo...

C: Eh, ma non riesco a rimetterlo in sesto bene, e poi il paraurti in basso è ammaccato ed essendo in plastica lo devo cambiare.

L: Aspetta, per quanto riguarda il cofano posso starci, non sono del mestiere, ma il paraurti non ha preso nessun colpo, perchè lo vuoi cambiare? Quel pezzo di plastica è rotto da un pezzo e non ha mai dato problemi, non me ne frega nulla, lascialo com’è, no?

C: Eh, no, non posso, s’è staccata una griglia (di plastica) e per rimetterla devo cambiare il paraurti.

L: Ma non me ne frega nulla della griglia! Voglio soltanto che il cofano si chiuda, e soprattutto voglio spendere il meno possibile!

C: Guarda, meno di cosi’ non riesco a farti...

L: ...

C: Se vuoi possiamo metterci d'accordo, mi paghi con tre assegni in un mese e mezzo...

L: Ok, senti, lasciamo perdere, in questo momento ho altre priorità e comunque voglio sentire un altro parere. Quando posso venirla a prendere?

 


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Desaparecidos

[venerdì, 31 agosto 2007, ore 15:08] [lupi on the road, lupi in pantofole]

Lo so, in questo periodo sto trascurando molto il blog e di conseguenza tutti voi.

Mi piacerebbe scrivere di noi, di Camilla, del trasloco e di un sacco di cose, ma non ne ho il tempo, e presto staccherò anche il collegamento Internet da casa, per cui temo che prima del 10 di Settembre (data in cui tornerò al lavoro) questo blog possa considerarsi "Chiuso per ferie".

Mi mancherete, fate i bravi (ma non troppo)

M.


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Ferragosto alternativo

[giovedì, 16 agosto 2007, ore 12:07] [lupi on the road, lupi in pantofole]

Personalmente non mi è mai piaciuta particolarmente la frenesia che prende il popolo italiano (e soltanto il popolo italiano) in corrispondenza del Ferragosto.

Non ho mai trovato cosi' divertente l'idea di saltare in macchina all'alba per fare la partenza intelligente, trovarmi incolonnato per chilometri insieme a migliaia di altri intelligentoni, arrivare in spiaggia per ritrovare il mio vicino di coda e centinaia di suoi (e miei) simili stipati come aringhe in un barattolo, tirare fuori dalla (pesantissima) borsa frigo la lasagna o andare a farmi avvelenare e derubare in un ristorante, scottarmi al sole o maledire le nuvole, impacchettare tutto e ripartire per incolonnarmi di nuovo, dimostrando che il livello d'intelligenza della popolazione dev'essersi alzato inverosimilmente, arrivare a casa in piena notte affamato, irritato, stanco, bruciacchiato, impanato di sabbia e con i timpani distrutti dai figli dei vicini di asciugamano, fare una doccia e sentire al telegiornale il servizio sulle vacanze dei Vip, andare a dormire bestemmiando perchè domani in ufficio mi addormentero' sicuramente...

Molto, ma molto meglio passare la mattinata a scamallare scatoloni di libri dal vecchio appartamento al nuovo, ed il pomeriggio a montare mobili ed a provare l'impianto home cinema, splendido regalo di nozze che purtroppo non avevo mai avuto l'occasione di utilizzare (a proposito, grazie sorellina!)...

Stamattina sono a pezzi ugualmente, ma almeno ho fatto qualcosa di utile!

Ciao, take care!

M.


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Le mie Pigioni

[giovedì, 09 agosto 2007, ore 12:58] [vita, tra le orecchie del lupo, lupi on the road]

Uno dei posti più assurdi in cui io abbia vissuto è stata la stanza che mi fu assegnata quando lavoravo in un hotel/villaggio a Rodi.

Ora, credo che nessuno si aspetti che il personale di un albergo o di un villaggio turistico alloggi in camere allo stesso livello di quelle degli ospiti, ma finchè non si prova a stare dall’altra parte della barricata non si puo’ nemmeno immaginare a quali livelli di abbruttimento si rischia di arrivare.

Per esempio, la camera in questione era in fondo ad un corridoio di servizio brutto, sporco e orribilmente caldo, illuminato da un paio di lampadine appese al soffitto. Non che la scarsa illuminazione mi creasse poi tutti questi problemi, tanto di solito quando rientravo in camera ero talmente lesso che avrei comunque ondeggiato sbattendo da un muro all’altro, pero’ devo ammettere che le due o tre volte che mi è capitato di essere lucido l’ho trovato parecchio deprimente.

La camera misurava circa sei metri quadrati, bagno (cieco) compreso, ed aveva un minuscolo finestrino che affacciava sulla cucina dell’albergo. Ricordo ancora quella volta che una collega per svegliarmi la mattina di un giorno libero dimostro’ di avere una mira eccezionale centrandomi in piena faccia con una patata “presa in prestito” dagli scarti della cucina e lanciata attraverso la finestra, che restava aperta giorno e notte nel vano tentativo di disperdere un pizzico di calore.

Già, perchè quella stanza era un vero e proprio forno: grazie al cielo di giorno non ci stavo, ma anche di notte la temperatura si aggirava intorno ai trentacinque/quaranta gradi.

Prima che qualcuno di voi pensi che sono un millantatore che ingigantisce le cose, vorrei fosse chiaro che la stanza era situata esattamente sotto alla strada asfaltata che passava davanti all’hotel (e che restava a cuocere sotto il sole per l’intera giornata) e sopra alla lavanderia/stireria dell’albergo. La notte (perchè prima di mezzanotte non mi sono mai arrischiato a rientrare) faceva talmente caldo che anche nel sonno sudavo cosi’ copiosamente da svegliarmi in una pozza bagnata e con i capelli che a causa dell’effetto sauna da lisci mi diventavano boccoluti. Non so se avete mai provato a visualizzare una specie di incrocio tra Shirley Temple ed un giocatore di basket con la barba lunga, ma nel (malaugurato) caso in cui doveste riuscirci, ecco, quello ero io. Le cose sono migliorate un po’ (poco, ma tant’è...) a partire dal quarto (su sei) mese della mia permanenza, quando mi sono impadronito di un ventilatore e l’ho lasciato acceso, puntato direttamente verso il letto, giorno e notte per settanta giorni.

Il rumore? No, non mi dava fastidio, anche perchè pochi metri fuori dalla finestra c’era il motore dello scambiatore di calore della cella frigorifera dell’albergo, che per tutta la durata della notte partiva con fragore wagneriano, scoppiettava per dieci minuti e poi si spegnava per una mezz’oretta. Abituato a quelle condizioni acustiche, il rumore (peraltro costante) del ventilatore era diventato per me come lo stormire delle foglie di una quercia solitaria in una mattina di brezza primaverile.

Altra attrattiva della camera, oltre alle scritte più o meno filosofiche fatte da tutti i malcapitati che giunsero e soggiornarono li’ prima del sottoscritto, era una trave di cemento armato posta all’altezza di un metro e novanta che attraversava la stanza longitudinalmente.

Chi non mi conosce direttamente a questo punto si chiederà perchè dare tanta importanza ad un dettaglio del genere, ma chi sa che sono alto due metri forse ha già capito la tragicità della situazione.

Per spiegarmi meglio: la trave era posizionata esattamente due passi più in là del punto dal quale scendevo dal letto, per cui ogni volta che di notte mi svegliavo per andare in bagno (spesso con l’intenzione di buttarmi sotto la doccia e ritornare a dormire bagnato) assonnato ed al buio (l’unico interruttore di corrente era accanto alla porta) sbattevo la testa sul cemento e ricadevo, istantaneamente riaddormentato, sul letto. Dopo qualche minuto la vescica (o il caldo) mi svegliava ancora: mi alzavo, mi massaggiavo la testa misteriosamente dolorante e ripartivo verso il bagno...

Una notte sono arrivato a destinazione soltanto al quinto tentativo, quando ormai la vescica mi stava per scoppiare.


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Signs

[giovedì, 09 agosto 2007, ore 11:59] [vita, lupi on the road]

Già: uno passa del tempo ad inquietare gli amici descrivendo il proprio stato di stress e stanchezza mentale, poi prende il treno per andare a casa e vede il mare agitato dal vento, di un blu cobalto come credevo non potesse esistere in natura, con le creste delle onde a creare bianchi disegni in movimento e gli passa di colpo tutto lo spleen.

...depressione evitata, ma post sprecato!


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Tassonomia del viaggiatore da treno – il recidivo

[lunedì, 23 luglio 2007, ore 14:46] [tra le orecchie del lupo, lupi on the road]

Quando ci si avvicina alla tassonomia del viaggiatore a mezzo treno bisogna innanzi tutto tenere conto di un fattore ambientale fondamentale: la distanza di percorrenza del treno.

Ormai tutte le comunità scientifiche infatti convengono nell’affermare che il viaggiatore a mezzo treno (homo ferrovittimus) si suddivide in due sottospecie: il pendolare (homo ferrovittimus recidivus) ed il viaggiatore (homo ferrovittimus una tantum).

Le caratteristiche delle due sottospecie sono precipue e non (o molto raramente) intercambiabili, in quanto dipendono da fattori ambiantali molto diversi tra loro, quali ad esempio la frequenza con cui i soggetti fanno uso del treno come mezzo di trasporto, l’orario standard del treno in questione, le condizioni climatiche esterne eccetera.

 

Nella prima parte del nostro piccolo saggio sull’homo ferrovittimus tratteremo l’homo ferrovittimus recidivus, ovvero il pendolare. Questa curiosa forma di vita compie migrazioni quotidiane allo scopo di procacciarsi il sostentamento, affrontando pericoli e disagi che, soprattutto se rapportati all’intera durata della vita attiva del soggetto, fanno scomparire il viaggio ai sargassi delle anguille o le migrazioni degli uccelli da un continente all’altro.

Prima di enumerare ed illustrare i vari tipi di pendolari è necessario ricordare che quasi ogni sottospecie tende a radunarsi in piccoli gruppi, in contrapposizione al viaggiatore occasionale che tendenzialmente viaggia da solo o al massimo con la famiglia. La sottospecie recidivus si divide a sua volta in più varietà, che sono:

 

-il lavoratore (homo ferrovittimus recidivus stakanovensis), ovvero colui che appena si siede sul treno apre il proprio portatile e comincia a spulciare tabelle, scrivere rapporti e progettare riunioni. Gli studiosi ancora si chiedono se questa particolare varietà di pendolare non lavori in ufficio ma soltanto sul treno o se faccia due lavori distinti. Ultimamente è sorta una  uova scuola di pensiero che sostiene che lo stakanovensis non faccia un cazzo tutto il giorno in ufficio e recuperi durante i viaggi da e per il luogo di lavoro.

 

-il commentatore (homo ferrovittimus recidivus belinensis), cioè quel particolare soggetto che tende a riunirsi in piccoli gruppi intorno ad un giornale, passando il tempo del viaggio a leggere le notizie ed a commentarle ad alta voce sfoderando le banalità più agghiaccianti e desolanti. Spesso questi gruppetti rimangono (se le condizioni di affollamento lo consentono) isolati dal resto della fauna della carrozza in quanto schifati dalla maggior parte dei propri simili.

 

-l’annunciatore (homo ferrovittimus recidivus tristissimus). Generalmente composti da esemplari femminili, i gruppetti di tristissimus occupano il proprio tempo di viaggio annunciandosi a vicenda morti, malattie e calamità naturali, raccontandosi e commentando orrende e sanguinolente operazoni chirurgiche (solitamente dagli esiti infausti) e tristissime storie di malesseri sociali, tragedie familiari, cuccioli investiti, fegati ingrossati, nipoti (altrui) drogati. La presenza continua di gruppi di tristissimus crea un’atmosfera molto pesante in una carrozza ed alcuni viaggiatori più sensibili di altri possono esere tentati di buttarsi dal treno in corsa, o addirittura sotto al treno.

 

-il dormiente (homo ferrovittimus recidivus morpheus). Il dormiente, appunto, dorme. Spesso russa molto forte e se nessuno lo sveglia rischia di scendere soltanto al capolinea, verso le dieci di mattina.

 

-il casinista (homo ferrovittimus recidivus barnum). I gruppi di casinisti è il più chiassoso ed allegro della carrozza. I casinisti si ritrovano quotidianamente più o meno negli stessi posti e passano il viaggio a raccontarsi i propri trascorsi serali, o amene storielle, più in generale tutto cio’ che puo’ contribuire ad animare il viaggio. Generalmente i casinisti sono ben tollerati dalle altre sottospecie di viaggiatori, sempre che non eccedano nelle rumorose manifestazioni d’amicizia ed allegria.


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Trinca, trinca trinca, leon leon leon… ffffuit… BUM!

[lunedì, 16 luglio 2007, ore 15:38] [lupi on the road, awooo, impressioni lupesche]

Questo articolo della Stampa e questo post di Zano (che solleva anche altri temi) mi hanno fatto venire in mente una riflessione (che chiunque si darà la pena di leggere i commenti al sopracitato post troverà anticipata) strana e forse impopolare ma inevitabile.

 

Personalmente sono d’accordissimo con chi sostiene che sia una follia restituire la patente a chi causa incidenti più o meno gravi perchè alla guida in stato di ebbrezza, sia esso causato da alcool, canne o simili, pero’ mentre mi accingevo a commentare (per la seconda volta) il post di Zano, mi sono ricordato del mio periodo tra i diciotto ed i ventiquattro/venticinque anni, ovvero di quello che unanimamente è considerato come l’intervallo di età più pericoloso dal punto di vista della guida.

 

In quei sei/sette anni avevo l’abitudine di uscire a spassarmela praticamente ogni sera e non ricordo le volte in cui sono salito in macchina per andare a casa in condizioni psicofisiche che sarebbe un eufemismo definire “alterate”.

Quello che fa si’ che io (e tutti i miei amici) siamo ancora vivi e senza vittime sulla coscienza è il fatto che se mi rendevo conto di essere “alle cozze” o in seria difficoltà sceglievo, in base alla gravità del mio stato, uno dei seguenti sistemi per evitare disastri:

 

-guidare molto lentamente e facendo il doppio dell’attenzione a limiti, segnali, incroci ed altre auto (magari col finestrino aperto e chiedendo la collaborazione, ma senza fidarsi ciecamente, di tutti i passeggeri).

-attendere che la mente si fosse sufficientemente snebbiata prima di ripartire (preferivo inventarmi una scusa con i miei per giustificare un ritardo che fargli arrivare una telefonata dalla stradale), e ‘fanculo a chi aveva fretta o si annoiava a stare in un parcheggio a temporeggiare.

-bermi un paio di caffè prima di attuare entrambe le contromisure di cui sopra (e vi giuro che il caffè lo odio con tutto me stesso, prova ne sia che ne ho bevuti due in tutta la vita).

-nei casi disperati (uno), prendere la chiavi dell’auto e consegnarle ad una persona in cui riponevo piena fiducia e che fosse molto meno brasata di me.

 

Certo, anch’io ho fatto un incidente un sabato sera, perchè non esiste un metodo sicuro al 100%, pero’ vorrei sottolineare che sono stato centrato da una signora di cinquant’anni che portava la figlia e due amiche in discoteca e che viaggiava sulla circonvallazione di Novi Ligure a 140km/h...

 

Con questo non voglio dire che sia sbagliato punire, ed anche con tutta la severità che serve, chi guida in stato d’ebbrezza, pero’ non vorrei che, secondo il tipico modus operandi italiano, si abbassassero ancora le soglie di tolleranza di alcool nel sangue (che già ora non permetterebbero a chi ha bevuto un paio di bicchieri di birra di guidare) e si insaprissero le pene per poi non aumentare i controlli salvo che in situazioni particolari, con il risultato di rovinare chi ha veramente brindato due volte e “scordarsi” di chi è veramente pericoloso.

 

Vogliamo ritirare per sempre la patente (e non l’auto, perchè cosi’ si creerebbe, come al solito, una pena per i ricchi ed una per i poveracci che di auto ne hanno una sola) agli automobilisti pericolosi? Benissimo, sono d’accordo! Facciamolo pero’ con coloro che sono in stato di coscienza alterata e violano le norme del codice della strada e lasciamo stare chi ha buttato giù un bicchierino di troppo ma se ne rende perfettamente conto, per cui l’unico rischio che corre è far saltare lo specchietto antrando in garage.

Altra cosa che sarebbe MOLTO utile, a mio avviso, sarebbe quella di impedire (davvero pero’!) ai ragazzini con poca esperienza e tanto testosterone di guidare auto troppo potenti.

 

Ma io sono soltanto un povero lupo, cosa posso sapere di sicurezza stradale?

Ciao a tutti, e occhio per la strada!

M.


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Ma che bella giornata!!!

[mercoledì, 27 giugno 2007, ore 11:12] [lupi on the road, lupi in pantofole, ottimismo e fastidio]

A parte la citazione di Ugolino (non sapete chi è? Cercatevelo, male non farà), la cui canzone aveva un finale che spero di non ripetere, oggi non posso nemmeno dire “era meglio se restavo a letto”.

 

A letto, infatti, eravamo da tre ore quando alle (appunto) tre di stamattina una scampanellata imperiosa ed urgente ci ha fatti

- svegliare di colpo

- preoccupare parecchio

Sono andato alla porta e già a metà strada (un metro e mezzo su tre, non crediate che abitiamo in una reggia) ho cominciato a sentire del trambusto provenire dal pianerottolo. Buttato l’occhio allo spioncino mi sono trovato davanti alla porta un poliziotto col dito incollato al campanello che sbraitava “Il caseggato a fianco è in fiamme, dovete scendere subito in strada!”

Non posso dire che mi sono svegliato di colpo perchè mentirei spudoratamente, ma il pilota automatico che mi aiuta sempre nei casi d’emergenza ha preso il sopravvento.

Avverto Lei, ci infiliamo una parvenza d’abbigliamento da esterno, facciamo (a turno) un salto in bagno (chissà quanto tempo dovremo stare per strada...), recuperiamo il gatto e lo infiliamo nel trasportino, Lei prende due felpe, io raccatto cellulari portafogli documenti ed una bottiglia d’acqua (ci sarà sicuramente fumo) e ci fiondiamo per le scale.

Appena fuori dalla porta ci troviamo insieme agli altri condomini e mi rendo subito conto che siamo quelli che si sono meglio organizati.

Due ragazze che hanno affittato un appartamento per le ferie (che culo!) sono praticamente in camicia da notte, la coppia del piano di sopra è vestita ma lei ha in braccio il gatto avvolto in una coperta, gli anziani arrancano smadonnando e preoccupandosi in almeno quattro dialetti diversi.

Già dopo tre gradini l’aria comincia a farsi grigia, pesante ed acre; dico a Lei di proteggersi naso e bocca con una falda della maglia, e faccio appena in tempo perchè fuori dal portone sembra Vercelli in una mattina di novembre (la sola differenza è che la nebbia è bianca, quel fumo era quasi nero). Gli occhi bruciano, respirare è difficile, ma usciamo dal corridoio di fumo e ci ripariamo sottovento insieme agli altri.

La strada è piena di poliziotti, carabinieri e pompieri. La palazzina a due piani attaccata al nostro palazzo è un forno. Dalle finestre del primo piano escono enormi colonne di fumo che il leggero (per fortuna) vento schiaccia a terra.

Faro' il Pompiere!!!

Troviamo un posto dove ripararci, una panchina per Lei ed ho il tempo di guardarmi intorno. C’è chi è più tranquillo, chi fa commenti del cazzo come “era ora, finalmente la butteranno giù ‘sta topaia piena di sudamericani!”, chi telefona, chi chiede ai poliziotti quanto tempo dovrà restare fuori casa (come se loro lo sapessero!).

Una ragazzina è scalza, lo sguardo umido e fisso di chi è ad un passo dallo stato di shock, poi una sua amica l’abbraccia, un pompiere le dà una coperta e un amico una sigaretta, e lei si calma un po’.

Restiamo li’ a guardare i pompieri correre su e giù per un ora buona, poi il fumo comincia a diminuire fino a scomparire del tutto. I vigili del fuoco rallentano, poi cominciano a raccogliere l’attrezzatura mentre alcuni di loro portano all’esterno qualche maceria bruciacchiata.

Alle cinque ci permettono di rientrare: Lei sta bene, ha solo tossito un po’ all’inizio, io non ho problemi (sonno tremendo a parte), Leo si è comportato da micio coraggioso, tutto bene.

La casa puzzava un pochino di bruciato, ma non ce ne siamo quasi acorti. Ci siamo fiondati nel letto perchè la mia sveglia, implacabile, alle sette meno dieci avrebbe suonato come tutte le mattine.

 

Ora, tutto questo già giustificherebbe il titolo del post, ma siccome non mi faccio mancare nulla i treni per Monaco stamattina avevano tutti dai quaranta ai settanta minuti di ritardo, il primo a partire s’è riempito come un vasetto di alici sott’olio (vi giuro che c’era anche l’olio!) e quando sono arrivato in ufficio ho scoperto che il mio collega (sul quale facevo affidamento per permettermi di riposarmi un po’ durante la mattinata) oggi è assente (giustificatissimo, per carità!). In compenso cretini e casini non mancano mai.

 

...e sono solo le undici di mattina...


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The day after

[giovedì, 07 giugno 2007, ore 20:09] [vita, lupi on the road]

***Attenzione, post condizionato da improvviso black-out e da conseguente riscrittura***

Cronaca di una partita desiderata, cercata e temuta.

Ieri sera il vostro lupo preferito ha affrontato la prima partita di torneo dopo più di due anni di inattività.

Confesso che la mia prima preoccupazione (e forse lo avete tutti evinto dal post precedente) era quella di non rimanere ucciso o gravemente ferito, seguita da vicino dalla speranza di fare una figura decente.

Quella cha segue è la cronaca di ciò che è accaduto.

Mezz’ora prima della partita, il Lupo è perso per le colline tra Vallecrosia e Perinaldo alla ricerca di quello che sembra essere a tutti gli effetti il campo sportivo segreto di Diabolik.

Trovato grazie alla mappa del tesoro del Corsaro Nero (che notoriamente è di Ventimiglia), il campo, il Lupo scopre che il fondo è composto da terra ricoperta di sabbia per uso edile, il che sommato alle linee tracciatre con la calce ed alla lieve pioggerella forma… Dai che lo sapete… Bravi, proprio il cemento!

Cemento, tra parentesi, dal quale alla fine della partita ero talmente ricoperto da essere più simile ad una statua antropomorfa che non ad un vero essere umano.

Non divaghiamo comunque: la partita inizia, il Lupo entra in campo convinto di alternarsi, un tempo per uno, con l’altro portiere della squadra. Ottima soluzione per evitare di risultare, vista la squadra avversaria (che gioca in un campionato, quindi con regolarità e ad un livello superiore al nostro) il portiere che ha incassato diciotto goal.

Alla fine del primo tempo, dopo un rigore parato, qualche altro bell’intervento e soltanto un goal preso, l’altro portiere mi intima di non lasciare il campo, “stai giocando troppo bene”, che è uno dei complimenti più belli cha abbiano mi abbiano mai fatto, sportivamente parlando.

Il campo comincia ad assomigliare sempre di più all’interno di una betoniera e la partita continua. Nonostante il risultato finale (sconfitta per 4 a 2) sono felice di come io e tutta la squadra abbiamo giocato.

Mi mancava l’atmosfera di un torneo. L’adrenalina, l’impegno, la soddisfazione di sapere che qualunque sia il risultato hai dato tutto…

 

…e non mi sono nemmeno fatto troppo male (a parte una brutta abrasione all’osso dell’anca)!!!


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Come andare dal meccanico e mangiare divinamente

[sabato, 10 marzo 2007, ore 20:46] [luna piena, lupi on the road]

ApricaleQuesta mattina Lei ed io siamo usciti di casa per portare la sua auto, ferma da tempo per alcuni problemi, da un meccanico. Ovviamente, proprio a causa del lungo periodo d’inattività, l’auto aveva la batteria a terra, per cui l’abbiamo fatta partire a spinta (a dire la verità io ho spinto e lei ha innestato la marcia, ma è stato comunque un ottimo lavoro di squadra).

Siamo andati dal meccanico, rimanendo d’accordo che gli avremmo lasciato l’auto tra qualche giorno e poi, per ricaricare un po’ la batteria abbiamo deciso di fare un giro fino ad Apricale, un borgo antico ad una ventina di chilometri nell’entroterra che non avevamo ancora visitato.

Il paese in effetti è incantevole, appiccicato vicino alla cima di una collina quasi a strapiombo su una valletta stretta e boscosa e costituito da una serie di case di pietra ammucchiate come pinguini freddolosi e di vicoli e piazzette sovrapposte. La giornata soleggiata e caldissima poi invitava a passeggiare per le stradine ed a scoprire angolini suggestivi e negozietti caratteristici, cosa che noi abbiamo entusiasticamente fatto fino a che non ci siamo resi conto che era ora di pranzo e che tra tornare e cucinare si sarebbe fatto tardi, per cui ci siamo messi a cercare un ristorantino abbordabile.

Ora, in tutta sincerità non so stabilire quanto questa situazione si sia verificata per ragioni casuali e quanto per ragioni freudiane, di certo c’è che la mozione è passata all’unanimità nel giro di tre decimi di secondo.

Morale della favola, tra i vari ristorantini a disposizione, guidati dall’istinto abbiamo scelto “La capanna del Bacì”, dove i nostri palati sono stati deliziati da vari ed ottimi antipasti semplici e caratteristici, ravioli di bottarga buoni come raramente ne ho mangiati, torello brasato nella birra locale (per me) e branda cujun di ottima fattura (per lei).

Alla fine di cotanta delizia papillifera ed una volta pagato il peraltro onesto conto, siamo rotolati, felici e satolli, fino a casa.

 

Mi sa proprio che la settimana prossima porto la mia macchina a fare un tagliando…

Ciao a tutti, abbiate cura di voi.

M.


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